Bovienzo, quando la lotta al tumore è più importante dei tre punti



Pasquale Bovienzo
Pasquale Bovienzo

Un uomo deve sempre rispondere alle sfide che ti lancia la vita, a cui devi opporre resistenza. Non puoi fare altro che accettare e combattere. Magari con un po’ di fortuna vinci”. All’improvviso Pasquale Bovienzo è stato catapultato di fronte ad una delle avversità più spaventose ed ha dovuto mantenere in sospeso tutto ciò che anima la sua vita. Sono stati cinque mesi difficili per il talentuoso tecnico di San Tammaro, a cui agli inizi di ottobre è stato diagnosticato un tumore al testicolo. Una notizia che ha stravolto la sua vita e lo ha costretto ad interrompere il rapporto con l’Aversa Normanna, di cui era allenatore degli Allievi Nazionali. In certi casi il calcio viene in secondo piano e la salute assume il valore di unico bene da preservare. Così Pasquale ha affrontato questo duello e ne è uscito vincitore dopo cinque mesi interminabili. Un periodo nel quale proprio il calcio, la passione sfrenata del ragazzo prodigio cresciuto nei settori giovanili di Roma e Napoli, ha avuto un valore fondamentale, non facendogli perdere mai la bussola. Ma è proprio lui che ci racconta cosa gli è successo in un’intervista dai toni delicati, dalla quale trapela la sua grande voglia di tornare ad allenare.

Com’è iniziata la tua stagione 2013-2014?



Dopo la bellissima esperienza di Benevento, finita un po’ male per problemi di carattere personale con alcuni responsabili, ho deciso di intraprendere una nuova esperienza ad Aversa. Nella città normanna è nata una bellissima collaborazione con Michele Orabona, responsabile del settore giovanile del club che fino a qualche settimana fa era in Seconda Divisione della Lega Pro. Abbiamo allestito quasi da zero un buon organico, stavamo facendo anche bene, soprattutto in merito all’adattamento a nuove metodologie. I ragazzi infatti non erano abituati a lavorare sempre con la palla. C’era bisogno di un po’ di tempo per avere risultati maggiori, poi è giunta ad inizio ottobre la notizia che nessuno si sarebbe aspettato.

Cosa è successo esattamente?

Nella fase di crescita, il lavoro è stato interrotto dalla mia malattia: un tumore ad un testicolo. Intorno ad i primi di ottobre, mi sono dovuto fermare, interrompendo la mia presenza fissa ad allenamenti e partite. Ho dovuto pensare a curarmi e fortunatamente l’incubo è finito agli inizi di febbraio. L’Aversa Normanna si è comportata bene, mi ha aspettato per un mese in mezzo, periodo nel quale davo le direttive al preparatore atletico Gaetano Toto che mi sostituiva in tutto e per tutto. Poi quando mi sono accorto che la situazione andava per le lunghe, li ho liberati io a metà novembre. Insieme abbiamo deciso  di prendere un’altra persona. Non era giusto che i ragazzi fossero senza una guida.

Questo evento ha stravolto la tua vita. Dal punto di vista calcistico è stata dura porre fine ad un’esperienza iniziata da due mesi con l’Aversa Normanna e che stava entrando nel vivo?

È stata dura perché sono notizie che ti piombano addosso quando meno te lo aspetti. Stare lontano dal campo ma soprattutto dalla quotidianità, dalla vita di tutti i giorni. Noi che viviamo di calcio sappiamo che è già dura quando un piccolo infortunio ti tiene per diversi mesi fuori dal campo. Ed io ne so qualcosa, poiché mi sono operato per due volte al ginocchio. Figuriamoci per una malattia seria.

La voglia di tornare ad allenare ti ha spinto a velocizzare i tempi, a crederci sempre?

Il mio spirito combattivo mi ha sempre contraddistinto, anche quando giocavo. L’ho presa di petto, non mi sono fatto mettere all’angolo, anche se l’avversario era molto forte. Devo essere sincero: all’inizio ho pensato solo a guarire, poi durante è stata fondamentale la voglia di tornare ad allenare e di tornare più forte di prima. Sì, il calcio mi ha aiutato tantissimo.

Ora possiamo dirlo. L’avversario è stato sconfitto completamente?

L’incubo è finito, ma è anche vero che nella vita non si può mai stare tranquilli. Bisogna stare sotto controllo. Infatti ogni tre, quattro mesi, vado a fare periodici controlli. Il primo l’ho superato, mentre il prossimo è fissato per luglio. Però posso dire che la partita è al sicuro.

Un caso di tumore è avvenuto anche in Serie A, con il calciatore del Sassuolo Francesco Acerbi che ha dovuto fare i conti con la tua stessa malattia per bene due volte. Da allenatore e da ex calciatore, quanto pensi sia complicato riattaccare la spina?

Mi sono sentito molto vicino alle sue vicissitudini. Ho seguito particolarmente il problema di Acerbi che ha avuto un doppio tumore ai testicoli, come me. Ti metti nei suoi panni, perché ci sei stato anche te. Soprattutto la seconda volta quando è tornato, anche in me è iniziata un po’ di paura. Non credo che la differenza sta nel fisico; la differenza la fa la mente: non è un problema fisico bensì mentale.

Il fatto di aver superato uno scoglio così ostico è un punto di partenza per rapportarti diversamente nella vita, non solo calcistica ma anche quella d tutti i giorni?

Ho letto tantissime cose, mi sono documentato con migliaia di testimonianze su questo argomento. Molti dicono che si esce più forte, quasi da eroe. Io non ho visto differenze rispetto al passato. Ho superato tanti momenti difficili e questo, anche se il più pericoloso, si aggiunge alla lista. E’ stato un ulteriore momento brutto ma se lo batti, non sono dell’opinione che diventi un eroe. Non si sceglie di avere il cancro e sconfiggerlo. Purtroppo sono cose che capitano troppo spesso. Ho sempre insistito sul fatto che la vita ti riserva delle sorprese. Un uomo deve sempre rispondere alle sfide che ti lancia la vita; devi opporre resistenza. Non puoi fare altro che accettare e combattere. Magari con un po’ di fortuna vinci.

In che rapporto sei rimasto con l’Aversa Normanna?

Sono rimasto in ottimi rapporti con il club e con il responsabile Orabona, con il quale è nata profonda stima ed amicizia. Ricerco molto questo tipo di legame con le persone con cui lavoro. Ogni volta che firmo è come se firmassi a vita. Mi sento legato all’Aversa come al Benevento: sono le prime due squadre che mi hanno dato la possibilità di allenare. Comunque un plauso va alla società normanna. Si è comportata perfettamente a livello umano: non è sempre facile trovare certe persone nel calcio.

In tali situazioni, parlare di futuro sembra quasi blasfemia. Ma ora che puoi guardare al domani con più tranquillità, puoi anticiparci se hai già avuto proposte?

Ci sono diverse opzioni. Sono stato accostato a diverse società, anche di prima squadra, che vogliono puntare su un allenatore giovane ed hanno pensato a me. Qualsiasi cosa succede, basta poi che si rientra. Non bisogna portare rancori, le porte non si chiudono nel calcio e questo l’ho imparato da calciatore. L’orgoglio serve a poco. Ci si può mettere sempre una pietra sopra. In base a tale discorso, posso dire che non è detto che resti ad Aversa e neppure che torni a Benevento un giorno. Nel calcio non si può mai sapere.


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