Il 21 maggio 1991 non fu soltanto una vittoria sportiva. Fu il giorno in cui una città intera smise di sentirsi periferia del basket italiano e salì sul tetto d’Italia. La Phonola Caserta entrò al Forum di Assago contro la corazzata Olimpia Milano sapendo di avere contro tutto: il pronostico, il palazzetto, la storia. Milano era la capitale del basket italiano, costruita per vincere. Caserta era il sogno di una provincia che aveva imparato a credere nell’impossibile. Eppure quella squadra aveva qualcosa di speciale. Aveva l’anima feroce di Nando Gentile, il talento ribelle di Vincenzo Esposito, la concretezza infinita di Sandro Dell’Agnello, la forza devastante di Charles Shackleford e l’equilibrio di Tellis Frank. In panchina c’era Franco Marcelletti, un allenatore capace di trasformare un gruppo di uomini in una famiglia. Gara 5 sembrava una montagna impossibile da scalare. Ma Caserta giocò con il cuore prima ancora che con la tecnica. E quando Esposito cadde a terra per il grave infortunio al ginocchio, quel dolore diventò energia collettiva. Lui rimase lì, a bordo campo, su una barella, a guardare i compagni lottare anche per lui. Una scena che ancora oggi fa venire i brividi. Poi arrivarono i canestri decisivi. Le mani alzate. Il tabellone finale: 88-97.
E il silenzio del Forum spezzato dall’urlo di un popolo intero. Quello scudetto resta ancora oggi unico.
L’unico conquistato da una squadra del Sud Italia nell’era moderna della pallacanestro italiana. Un’impresa irripetibile, romantica, leggendaria. A Caserta non vinse soltanto una squadra. Vinsero le strade, i bar, le famiglie, i bambini che quella notte dormirono con una radiolina accesa e gli occhi pieni di meraviglia. Vinse una città che per una sera si sentì gigantesca. E dopo più di trent’anni, quel 21 maggio 1991 continua a vivere. Nei racconti. Nelle fotografie sgranate. Negli occhi di chi c’era. E nel cuore di chi ancora oggi, sentendo pronunciare “Phonola”, prova un brivido difficile da spiegare.









