I soprannomi nel mondo dello sport

Magic Johnson, il Divin Codino, Tiger Woods, Il Dottore, Il Kaiser: solo leggere questi nomi fa venire in mente vere e proprie icone legate a diversi sport, in grado di emergere e di imporsi quali simboli indiscussi della loro disciplina sportiva. Il mondo dello sport è un terreno particolarmente fertile per i soprannomi, sia che nascano nell’adolescenza sia che vengano guadagnati sul campo. Caratteristiche fisiche, atletiche, caratteriali, fino ad aneddoti personali e familiari: sono innumerevoli le circostanze che fanno nascere un soprannome con cui identificare univocamente un atleta, e con il quale lo sportivo sarà inevitabilmente associato da lì in avanti.

In alcune parti del mondo dare un soprannome a uno sportivo è un fatto ormai culturale: a nessun appassionato di calcio che si rispetti suoneranno nuovi nomi quali El Chino, El Principe, Kakà, El Jardinero. Il Sudamerica è la patria dei soprannomi calcistici: è difficile pensare a un giocatore argentino o brasiliano senza associarlo immediatamente al suo soprannome. In Brasile è quasi una questione di comodità: data la lunghezza dei nomi, venire identificati per pseudonimo è praticamente la normalità. Ricardo Izecson dos Santos Leite è passato alla storia come Kaká perché il fratello minore del calciatore non riusciva a pronunciarne correttamente il nome. Alexandre Rodrigues da Silva invece è soprannominato Pato per la sua città di nascita, Pato Branco. L’uruguagio Recoba era El Chino, il cinese, per i lineamenti orientali. L’argentino Julio Cruz era El Jardinero, il giardiniere, perché come tale lavorava per il Banfield, squadra che finì per tesserarlo. E a cavallo tra Uruguay e Argentina si muove anche il soprannome El Principe, condiviso da Enzo Francescoli e Diego Milito: il principe originale era Francescoli, e Milito ne ereditò il soprannome per la somiglianza fisica fra i due. Capita poi che un soprannome sia lasciato in eredità, passando dal padre al figlio: è il caso di Juan Ramon Veron e Juan Sebastian Veron, Bruja il padre e Brujita il figlio, o di Diego e Giovanni Simeone, Cholo il primo e Cholito il secondo.

Negli Stati Uniti è abbastanza comune, fin dai tempi del Far West, identificare persone con la loro area di provenienza: ecco che allora nel mondo del poker si assiste a un fiorire di nomi quali Jim “Minneapolis” Meehan, John “Miami” Cernuto e Frank “Hollywood” Henderson. Ma, anche negli USA, è spesso la fantasia a farla da padrone. Michael Jordan, icona NBA degli anni ’90, fu persino protagonista di una linea di scarpe da basket con il suo soprannome, Air Jordan, a richiamare la sua atleticità sotto canestro. Earvin Johnson è meglio noto come Magic per le abilità con la quale si distinse ancora adolescente tra i suoi coetanei. E Tiger Woods, il golfista più vincente di tutti i tempi, all’anagrafe è registrato come Eldrick: deve il soprannome Tiger a un collega militare del padre, che con quest’ultimo prestò servizio in Vietnam.

 

E per quanto riguarda l’Italia? In Italia l’arte del soprannome non ha niente da invidiare ad altri paesi, soprattutto in ambito calcistico. Lo sport più seguito del paese ha visto avvicendarsi un enorme numero di atleti di primissimo piano, che in molti casi proprio sui campi italiani hanno guadagnato il loro soprannome. Adriano Leite Ribeiro, prima del pesante declino, diventò L’Imperatore nel periodo apicale della sua carriera, esattamente come Batistuta divenne Batigol alla Fiorentina. Se Roberto Baggio deve alla sua iconica capigliatura il soprannome di Divin Codino, così come Fabrizio “Penna Bianca” Ravanelli per il colore della stessa, Alessandro Del Piero venne soprannominato Pinturicchio dall’allora presidente della Juventus Gianni Agnelli, accostando le punizioni del calciatore alle opere dell’artista perugino. Gennaro Gattuso, attuale tecnico del Napoli, è tutt’ora noto come Ringhio a testimonianza della grinta con la quale affrontava le partite, immutata ora che siede in panchina. Ed è invece un omaggio alla città eterna il soprannome di Francesco Totti, attualmente impegnato nella gestione di una società di procuratori. Uno fra i simboli del calcio italiano a cavallo del nuovo millennio, nato a Roma, cresciuto nella Roma, ha giocato sempre e solo nella Roma vestendone la maglia numero 10 nonché la fascia di capitano per 19 stagioni: l’amore dei romani per lui è tutto racchiuso nel soprannome che gli hanno affibbiato, Er Pupone.