Family-Pantere ormai ci siamo. Petrazzuoli mette subito in chiaro le cose: “Sabato abbiamo un derby da vincere”

Eleonora Petrazzuoli

Si dice spesso che in un derby vinca la squadra sulla carta sfavorita, o meglio quella che sta messa peggio, perché in una gara del genere non conta necessariamente cosa succede nel campo ma più che altro tutto il contesto, dove il dettaglio, anche minimo, può fare la differenza, perché in fondo queste sono partite in cui si lotta per ogni singolo centimetro, ed è per quel centimetro che alle volte vale la pena vivere. Coraggio e grinta di Al Pacino di “ogni maledetta domenica” e un po’ Natalie Portman di “V per Vendetta”, Eleonora Petrazzuoli è l’identikit giusto per approcciarsi al meglio al derby: una ragazza che non parla molto, lascia che a descriverla siano i “fatti” del campo e nulla più. Le poche, semplici, domande che abbiamo rivolto all’ala del Family, rappresentano non solo la chiave di lettura giusta per il match di domani alle 18 al Medaglie d’Oro, ma anche e soprattutto una visione di basket e spirito del gioco che andrebbero esportate, non solo per una singola partita come quella di domani, ma per il futuro.

Cosa rappresenta questa partita per te e la tua squadra, ma ancor di più per la Caserta città del basket? “Per il Family ogni gara è importante, perché diventa per noi una nuova sfida, una nuova emozione e tempo di crescita come squadra. Veniamo da una vittoria importante ma quello che importa è che ogni singolo passo che ha preceduto tutto questo ci ha permesso di crescere ed arrivare fin qui arricchite. Ovviamente, il derby è pressoché la madre di tutte le partite, ha sempre quell’entusiasmo in più, quella voglia in più, quell’agonismo in più perché, senza giri di parole, il derby non è mai una partita come le altre. Puoi giocarlo a Caserta o a altrove ha sempre note diverse, che vivi negli occhi delle tue compagne, negli allenamenti più duri che precedono la gara, nella dirigenza e perché no nel pubblico. Ci troveremo di fronte le Pantere, di sicuro una buona squadra, in cui ci sono buone individualità ma penso che sarebbe anche poco corretto individuare la vittoria o la sconfitta in termini di un singolo giocatore. Del resto, non conta se hai quel campione nel tuo roster capace di risolvere la partita perché il basket, come dimostrava Larry Bird, non è la questione di un solo uomo. Solo la coesione e la forza di un gruppo che lotta insieme secondo dopo secondo, produce risultati, noi vogliamo partire da qui e affrontare qualsiasi avversario che ci troveremo di fronte, perché questa è la filosofia del Family, una squadra fatta di molte giovani che devono crescere migliorare e che sono certa avranno molte soddisfazioni.”

Cosa ti spinge a giocare partite come questa, quale può essere la molla scatenante? “Non c’è una motivazione specifica, la partita contro le Pantere è un derby con tutte le emozioni del caso, ma il mio riprendere a giocare dopo anni di stop è forse più che sufficiente per capire cosa ho dentro. Smettere di giocare per chi ha vissuto per anni di palla e parquet non è mai un cosa semplice, superabile forse, ma non semplice e di sicuro una passione non si spegne smettendo di alimentarla, anzi. Ho sensazioni che tengo per me, ma quello che è certo è che di sicuro ho la voglia di scendere in campo non solo come giocatrice ma come una squadra fatta di giocatrici, dalla più giovane alle più anziane”.

Possono eventi del genere far bene alla pallacanestro casertana, a secco di vittorie da tempo? “Purtroppo la formula magica che trasforma un buon giovane in un buon giocatore è stata smarrita molto tempo fa. La pallacanestro italiana tutta affronta un momento pessimo. Oggi il movimento nazionale non genera più squadre o giocatori, non c’è più un lavoro su un gruppo, e piuttosto si assiste ad espressioni isolate di talenti. Basta affacciarsi su finestre come Gallinari, Belinelli, Datome, Bargnani, per dire i nomi che, teoricamente, avrebbero dovuto trainare la nazionale negli ultimi anni, sono in realtà delle eccezioni in un panorama ormai piatto. I giocatori non nascono. I giocatori si allenano. Anche e soprattutto se sei un talento. Il più delle volte il risultato è raggiunto dal contesto fatto da società con risorse, da allenatori che puntano a fare bene, da risorse che il territorio investe ma anche dai genitori. Per far crescere un movimento non è sufficiente partire dai giovani, è necessario che ci siano le risorse alla base. E risorse sparse nemmeno servono, non aiutano, non producono nel lungo tempo. Caserta può e deve ripartire ma non basta una partita o un singolo campionato. Il Family ha un progetto. Ho sposato il progetto voluto da Enzo Narducci che ha come primo obiettivo quello di far crescere le sue giovani, così come di sicuro fanno altre società. Penso però che anche unire le risorse tra contesti sarebbe ottimale, perché avere una prima squadra senza il ricambio generazionale delle under avrà sempre e solo la durata del campionato di turno, a qualsiasi latitudine”.

Chi vince il derby e perché? L’ultima volta che mi fu fatta questa domanda risale ad anni fa quando ancora giocavo: la riprendo e rispondo soltanto con un appello: “Lasciate tutto ciò che avete da fare che sabato 9 dicembre ore 18:00 il Family ha una partita da vincere”. Scherzi a parte, lotteremo fino all’ultimo secondo perché vogliamo uscire da quel campo con la vittoria, non esiste altro risultato”.