Aveva quindici anni e una canotta troppo grande, stretta alla meglio con lo scotch. Boscia Tanjević lo mandò in campo contro la Pielle Livorno e Vincenzo Esposito segnò quattro punti. Caserta aveva appena intravisto il futuro: quel ragazzo cresciuto nella sua pallacanestro sarebbe diventato uno dei volti più amati della Juve.
Con la maglia bianconera, Enzino imparò a vincere. Nel 1988 arrivò la Coppa Italia, conquistata in finale contro Varese. Tre anni dopo, il traguardo che avrebbe cambiato per sempre la storia del basket casertano: lo scudetto. In gara cinque, a Milano, Esposito si infortunò al ginocchio nel secondo tempo. Assistette dalla barella agli ultimi minuti della partita e alla vittoria dei compagni. Per lui, come per tutta Caserta, la gioia di quella sera passò anche attraverso il dolore.
Nel 1993 arrivò il trasferimento alla Fortitudo Bologna, appena tornata in A1. Lasciare la squadra della propria città significava chiudere un capitolo enorme, ma Esposito portò con sé quello che il pubblico casertano conosceva bene: il talento di inventare un canestro quando la partita sembrava chiedere l’impossibile. A Bologna trovò una squadra ambiziosa e una curva, la Fossa dei Leoni, pronta ad adottarlo.
Fu con la Fortitudo che nacque El Diablo. Il 5 dicembre 1993, a Pistoia, rimase a zero punti nel primo tempo. Nella ripresa ne segnò 29 e trascinò i biancoblù alla vittoria. Alla partita successiva, al PalaDozza, comparve lo striscione con quel soprannome. Da allora, Enzino ed El Diablo sarebbero stati la stessa persona: il ragazzo di Caserta e l’idolo della Fossa.
Nei suoi due anni bolognesi regalò al pubblico altre serate da raccontare. Contro Varese, nel marzo 1995, segnò 46 punti, 38 dei quali nel primo tempo. La Fortitudo arrivò prima ai quarti e poi alle semifinali scudetto. Il suo primo trofeo, però, il club lo avrebbe conquistato soltanto nel 1998, quando Esposito era già partito: è una distinzione necessaria in una storia ricca di successi, ma anche di occasioni sfiorate.
Dopo Bologna ci furono la NBA con i Toronto Raptors e molte altre tappe. Il rapporto con la Fortitudo non si esaurì con il trasferimento. Anni dopo, Esposito ricordava le coreografie della Fossa, il PalaDozza pieno e il calore che lo accompagnava ogni giorno. Descriveva quei due anni come un’esperienza rimasta sulla pelle.
Caserta gli aveva dato una maglia, i primi canestri e due trofei destinati alla storia della città. Bologna gli diede un altro nome e un altro pubblico disposto a riconoscersi in lui. È anche per questo che, nella storia che unisce le due tifoserie, Enzo Esposito occupa un posto speciale: prima Enzino, poi El Diablo, sempre capace di farsi sentire a casa sotto entrambe le curve.




