Barbabella-Casertana un amore senza tempo: “Rinunciai ai pro per giocare con quella maglia. Mi vengo i brividi se penso a Mario Cavallo”



Francesco Barbabella nel '98 con la Casertana
Francesco Barbabella nel ’98 con la Casertana

Due stagioni a guidare la difesa della Casertana. Francesco Barbabella è stato uno di quei calciatori nella storia rossoblù che non si possono dimenticare. Romano, gran carattere in mezzo al campo, uno di quelli che non si tirava mai indietro. Testa dura (si infortunò in una partita e stoicamente rimase in campo con un turbante insanguinato) e idee chiare. Avrebbe potuto giocare per anni tra i ‘pro’ ma scelse la D con la Casertana perché come ha confessato, “ci sono piazze che ti fanno sentire vivo e Caserta è una di queste”.

“L’esperienza a Caserta è stata molto positiva. Ho lasciato tantissimi amici e mi sono sempre trovato come a casa. Emozioni forti ancora nelle mante nonostante gli anni. Ricordi belli, ma anche qualche brutto. Il rimpianto di non aver continuato a giocare in quella squadra che nel ’97-’98 con una rimonta incredibile riuscì a centrare almeno lo spareggio salvezza. Si decide di smantellarla quando invece con piccoli ritocchi saremmo stati competitivi per la C2. Raccogliemmo una serie incredibile di risultati, ma non bastò per proseguire con quel gruppo”.



Dalle sue parole si capisce quanto amore ha ancora per i colori oggi che la sua vita è ancora nello sport, ma non nel mondo del calcio. “La prima cosa che faccio – prosegue – è guardare la domenica il risultato della Casertana. Non seguo tutta la Lega Pro, ma seguo esclusivamente la Casertana. Erano partiti bene riuscendo a tenersi dietro autentiche corazzate. Poi nel momento decisivo qualcosa non è andato e mi dispiace. Peccato perché tre mesi fa la classifica era completamente diversa e c’era qualcosa di veramente importante da potersi aggiudicare. Ma non è ancora detta l’ultima parola. Ci sono altre sei giornate, se davanti si dovessero incartare la Casertana deve necessariamente approfittarne”.

La Casertana '98-'99 con Barbabella
La Casertana ’98-’99 con Barbabella

Ci sono i playoff da conquistare e ancora qualche carta da potersi giocare per la promozione in B seppur dalla porta secondaria. Per me assolutamente sì – conferma – vista anche la rosa a disposizione. Ho sempre detto che ci sono belle piazze nel calcio e Caserta è una di queste. I calciatori oltre a tante qualità tecniche devono avere anche quelle caratteriali e morali che ti consentono di uscire da momenti negativi. Caserta è una piazza esigente, ma che ti riesce a trasmettere e regalare tanto. Personalmente quando arrivò l’offerta della Casertana accettai immediatamente nonostante offerte dalla C e B. Per me un calciatore deve sentirsi vivo e lo può fare giocando davanti ad un pubblico caloroso e passionale. Senza queste caratteristiche un calciatore non potrebbe andare avanti e trovare i giusti stimoli e quelli a Caserta certo non mancano”.

La tifoseria rossoblù potrebbe avere un ruolo determinante nella rincorsa playoff anche se non si sono registrati i numeri che la società ha ripetutamente chiesto. “Con la tecnologia, internet che ti fa vedere le partite in diretta qualcosa inevitabilmente perdi. Ma bisogna fare qualcosa per conquistare e ripagare tante persone che ti seguono ogni giorno e danno la vita per la Casertana. Ho seguito da casa la vicenda di Mario Cavallo e nel vedere quelle immagini mi sono venuti i brividi. Tifosi veri che vivono la realtà sette giorni su sette. E i calciatori sono importanti per queste persone indipendentemente dalla categoria o dall’avversario. Quando scendi in campo lo devi fare come se fosse sempre una finale di Champions League. L’amore della gente deve essere quel qualcosa in più, quello stimolo che ti può portare a superare gli ostacoli. Il calcio rispetto al passato non è cambiato. Ventidue giocatori che inseguono un pallone ci sono sempre stati. Probabilmente sono aumentati i venditori di fumo, persone che dovrebbero essere altrove e invece sono in questo mondo. Ecco perché ho scelto di intraprendere una carriera professionale diversa dal solito. Dopo aver vinto alcuni campionati mi sono dato i quarant’anni come scadenza e poiché nel calcio non serve solo essere bravo, ma devi avere anche qualcos’altro. Ho rinunciato a club di serie D, ma sono orgoglioso delle mie scelte. Non nego che mi manca l’adrenalina della domenica, il lavoro settimanale, ma ormai si sono persi i valori di un tempo. Una volta una stretta di mano valeva tutto. Come accadde con Tilli. Rispettò gli impegni, cosa che oggi spesso non accade. Non serve neppure avere un contratto firmato. Si va avanti con vertenze e allora ho preferito cambiare strada”.


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